Bibliotecari di frontiera. Una breccia nel carcere
Entrare in carcere con un libro significa portare dentro un luogo regolato da confini e limitazioni una possibilità di scelta, conoscenza e relazione. È da questa idea che nasce l’impegno di CoopCulture nel progetto “Sistema Biblioteche Carcerarie Regione Marche”, avviato nel 2012 e sviluppato negli anni attraverso attività bibliotecarie e culturali rivolte alla popolazione detenuta.
La biblioteca in carcere non è infatti soltanto un servizio. È uno spazio nel quale continuare a conoscere il mondo, incontrare storie e punti di vista diversi, costruire occasioni di confronto. Un ruolo che assume particolare valore in un contesto nel quale le possibilità di relazione e di accesso a esperienze esterne sono necessariamente limitate.
«La lettura in carcere non è soltanto un’attività culturale, è uno strumento attraverso il quale il detenuto può mantenere una dimensione di autonomia, relazione e partecipazione», sottolinea Adriano Rizzi, presidente di CoopCulture.
Nel corso degli anni il progetto ha contribuito a portare all’interno degli istituti penitenziari marchigiani un servizio bibliotecario strutturato, con bibliotecarie e bibliotecari qualificati e una continuità gestionale. L'attività comprende anche iniziative pensate per favorire la partecipazione e il confronto, coinvolgendo detenuti, studenti, famiglie, magistrati, educatori e altri soggetti del territorio.
Un esempio è rappresentato dai progetti “Liberi di leggere” e “Nati per Leggere in carcere”, che hanno portato i libri anche nella relazione tra genitori detenuti e figli. La lettura diventa così un’occasione per condividere storie e gesti quotidiani, contribuendo a mantenere e rafforzare relazioni che il contesto carcerario rischia di rendere più difficili.
Per Rizzi, il valore di queste esperienze va oltre la dimensione del servizio bibliotecario: «Progettare un servizio significa confrontarsi con un ambiente complesso. Alle competenze biblioteconomiche devono affiancarsi capacità relazionali, conoscenza delle procedure, attenzione alla sicurezza e capacità di lavorare in rete».
È proprio questa capacità di costruire relazioni a rendere il lavoro delle biblioteche carcerarie un’esperienza di “frontiera”: non soltanto perché si svolge in un contesto particolare, ma perché richiede di adattare competenze e professionalità a bisogni e condizioni specifiche.
«La biblioteca in carcere diventa così parte di un sistema più ampio nel quale collaborano direzioni degli istituti, educatori, agenti di polizia penitenziaria, istituzioni, biblioteche del territorio, volontari e operatori culturali», aggiunge Rizzi.
Per CoopCulture, che oggi è presente con le proprie attività in oltre 200 biblioteche in tutta Italia, l’esperienza maturata negli istituti penitenziari rappresenta una delle forme attraverso cui la cooperativa porta la cultura anche nei contesti nei quali l’accesso è più difficile. Perché ogni biblioteca può essere uno spazio capace di aprire possibilità: di conoscenza, di relazione, di partecipazione.